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Vendemmia tardiva: cos'è e quali vini nascono

Aggiornato il 09 ottobre 20264 capitoli
Che cosa succede all'uva lasciata sulla vite

Che cosa succede all'uva lasciata sulla vite

Si parla di vendemmia tardiva quando i grappoli restano sulla pianta oltre la maturazione fisiologica e la raccolta slitta a ottobre o novembre, settimane dopo i filari vicini. In quel tempo in più l'acino perde acqua per evaporazione e concentra ciò che contiene: zuccheri, sostanze aromatiche, sali minerali. Insieme all'acqua si riduce anche l'acidità, soprattutto per il calo dell'acido malico, il più spigoloso tra gli acidi dell'uva. Dopo la vinificazione il risultato sono vini dolci dai profumi intensi, con una freschezza ancora percepibile ma meno pungente. Un dettaglio distingue questa attesa da qualunque altra tecnica: finché il grappolo è attaccato alla vite, la pianta continua a nutrirlo. L'acino non si limita a disidratarsi, arricchisce ancora la propria dotazione di zuccheri e minerali. Se in autunno visiti una cantina e noti filari ancora carichi mentre tutto intorno è stato raccolto, quasi sempre stai guardando una vendemmia tardiva in corso.

Non è un passito: le differenze con l'appassimento

La confusione con i passiti è frequente, ma i due percorsi si separano proprio nel momento della raccolta. Nel passito i grappoli vengono vendemmiati e poi messi ad appassire su graticci o in cassette, in locali ventilati oppure in ambienti a condizioni controllate: dal distacco in avanti l'uva si concentra, però gli zuccheri a disposizione restano quelli del giorno della raccolta. Nella vendemmia tardiva, invece, la vite lavora fino all'ultimo e l'acino continua a ricevere nuova sostanza. In certe annate, con mattine umide e pomeriggi asciutti, entra in gioco anche la Botrytis cinerea, la muffa nobile: il fungo intacca la buccia, accelera la disidratazione e lascia note di frutta candita e di zafferano che l'uva sana non avrebbe. È un alleato capriccioso, perché nelle stesse condizioni può virare in marciume grigio e compromettere la partita. Per questo chi aspetta accetta un rischio concreto, controlla i grappoli filare per filare e mette in conto una resa più bassa: una pioggia prolungata, in quelle settimane, può cancellare il lavoro di un'annata intera.

Dove nasce e quali uve reggono la surmaturazione

La tecnica porta un nome francese: in Alsazia la chiamano vendange tardive, e lì è diventata una menzione riconosciuta per i vini ottenuti da uve surmaturate in pianta. In Italia la vendemmia tardiva si è diffusa più tardi, perché la tradizione privilegiava l'appassimento dopo la raccolta, e oggi convive con esso nelle zone vocate ai bianchi. Non tutte le varietà reggono le settimane in più. Servono uve con buccia robusta e grappolo spargolo, che lasci circolare aria tra gli acini senza trattenere umidità: su un grappolo compatto, un acino che si apre contagia i vicini in pochi giorni. Hanno questa attitudine soprattutto i vitigni aromatici e semi-aromatici a bacca bianca, che con la surmaturazione guadagnano intensità senza perdere riconoscibilità, insieme alle varietà di antica tradizione dolce come il verduzzo friulano o il moscato. Conta poi il sito: versanti ben esposti e ventilati, con buona escursione termica tra giorno e notte, dove l'uva si asciuga dopo ogni rugiada. Se la tua zona ha autunni piovosi e aria ferma, valuta la scelta con prudenza e punta su poche file sperimentali prima di impegnare un vigneto.

I vini che nascono e come servirli a tavola

I vini da vendemmia tardiva si riconoscono prima dal colore, un giallo che tende all'oro e all'ambra, poi da profumi che vanno dal miele all'albicocca secca, dalla scorza d'agrume candita alla frutta tropicale matura. Al palato la dolcezza è evidente ma non deve stancare: a tenerla in equilibrio sono l'acidità residua, quella che la pianta non ha consumato del tutto, e un tenore alcolico di norma più alto della media dei bianchi. Esistono anche interpretazioni poco dolci o quasi asciutte, dove la surmaturazione serve a dare corpo e ampiezza aromatica più che zucchero. A tavola rendono meglio sui contrasti che sui dolci: un formaggio erborinato, una pasta dura a lunga stagionatura, una preparazione a base di fegato grasso. Se li porti sul dessert, scegli una pasticceria secca o una crostata di frutta e verifica che il piatto non sia più dolce del vino, altrimenti il sorso sembrerà magro e acido. Servili intorno ai 10-12 °C in un calice di media ampiezza e versa poco alla volta: scaldandosi nel bicchiere liberano aromi che alla temperatura del frigorifero resterebbero chiusi.

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