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Cinghiale in salmì al vino rosso: la ricetta

Aggiornato il 30 settembre 20264 capitoli
Scegliere il vino per il cinghiale in salmì

Quale vino rosso scegliere per il cinghiale in salmì

Il cinghiale in salmì al vino rosso chiede due bottiglie diverse, e non è un vezzo: il vino della marinata e quello della cottura fanno due lavori separati. Per la marinata scegli un rosso giovane e di buona struttura, un Sangiovese d'annata recente o un rosso della tua zona senza troppe pretese: acidità e tannini ammorbidiscono le fibre e smorzano gli odori intensi della selvaggina, che si nutre di ghiande, radici e bacche. Quel liquido però non si riutilizza, perché dopo ore di contatto con la carne cruda raccoglie sangue residuo e sostanze amare che in casseruola restituirebbero una salsa astringente. Per il fondo di cottura passa a un rosso più fine, di media struttura e con un'acidità ancora viva: un Chianti Classico o un Morellino di Scansano lavorano bene perché portano frutto e freschezza senza sovrastare la carne. Se hai a disposizione un capo adulto, dal gusto più deciso, puoi salire di corpo; se la carne viene da un animale giovane resta su un vino più snello, altrimenti la salsa coprirà tutto il resto. Il criterio più semplice resta questo: per cuocere usa un vino che berresti volentieri a tavola, perché in una preparazione così lunga i difetti del bicchiere si concentrano invece di sparire.

Spurgo e marinata: come preparare la carne di cinghiale

Scelte le bottiglie, il lavoro comincia dalla carne, e prima ancora della marinata viene lo spurgo. Taglia la polpa a cubetti di circa 2-3 centimetri, orientandoti su spalla, coscia o collo: sono tagli ricchi di tessuto connettivo, quello che una cottura lunga trasforma in morbidezza. Coprili di acqua fredda leggermente salata e tienili in frigorifero per almeno 12 ore, cambiando il liquido ogni 3 ore circa finché non resta limpido. È il sangue residuo a dare l'odore pungente che molti attribuiscono alla selvaggina, e in questa fase ne esce la maggior parte. Scola e tampona i cubetti, poi trasferiscili in una terrina capiente con una cipolla a fettine, carote a pezzi, gambi di sedano, aglio in camicia, alloro, rosmarino, bacche di ginepro appena schiacciate e una stecca di cannella. Versa il litro di vino rosso destinato alla marinata, copri con pellicola e lascia in frigorifero altre 12 ore, rigirando la carne un paio di volte perché resti sempre immersa. Se lavori un capo anziano puoi allungare fino a 24 ore, ma non oltre, altrimenti il vino inizia a cuocere le fibre in superficie. Al termine scola tutto, scarta le verdure ormai esauste e asciuga la carne con carta da cucina: un cubetto bagnato, in padella, bolle invece di rosolare.

La cottura lenta del cinghiale in salmì al vino rosso

La carne ben asciutta è la premessa di una buona rosolatura. In una casseruola dal fondo spesso scalda un giro d'olio extravergine e fai appassire un battuto fresco di sedano, carota e cipolla, diverso da quello finito con la marinata; se ti piace una nota più grassa unisci della salsiccia secca a cubetti. Alza la fiamma, aggiungi il cinghiale poco alla volta e lascialo sigillare per circa 20 minuti girandolo spesso, finché non prende colore su tutti i lati: quella crosticina darà profondità alla salsa. Sfuma con il secondo vino rosso e fai evaporare l'alcol a fuoco vivace per qualche minuto, finché il profumo pungente lascia il posto a quello del frutto. Da qui in avanti conta la pazienza. Abbassa al minimo, copri e prosegui per due ore e mezza o tre, controllando ogni mezz'ora e bagnando con brodo di carne caldo se il fondo si asciuga troppo, perché il brodo freddo blocca la cottura e indurisce le fibre. Il cinghiale in salmì è pronto quando si sfalda alla forchetta senza opporre resistenza e il fondo si è ristretto in una salsa densa e lucida. Regola sale e pepe soltanto alla fine, quando la riduzione ha già concentrato i sapori, e porta in tavola con polenta morbida o purè di patate, che raccolgono la salsa senza contendere il gusto alla carne.

Varianti, dolceforte e abbinamenti a tavola

Su questa base la tradizione toscana innesta due strade. La più comune prevede un paio di cucchiai di polpa di pomodoro e qualche oliva nera nell'ultima mezz'ora: il pomodoro allunga il fondo e lo rende più adatto alla polenta. L'altra è il dolceforte, versione antica in cui negli ultimi minuti sciogli nella salsa un pezzetto di cioccolato fondente amaro, spesso insieme a pinoli e uvetta ammollata; la nota amaricante arrotonda l'acidità del vino e tiene a bada la sapidità della selvaggina. Dosalo con misura, perché un eccesso vira il piatto verso il dolce e da lì non si torna indietro. Al bicchiere servi lo stesso rosso usato per la cottura o un suo parente stretto, un toscano di medio corpo con tannino presente ma non ruvido, intorno ai 16-18 °C. L'acidità ripulisce il palato dalla salsa ristretta, mentre il tannino regge la consistenza fibrosa della carne. Per il contorno resta sul semplice: polenta grigliata, patate arrosto o un purè non troppo burroso. Un'ultima cosa utile da sapere è che questo piatto migliora dopo una notte in frigorifero, quindi preparalo il giorno prima e riscaldalo a fuoco dolce: i sapori si assestano e tu arrivi all'ora di cena con la cucina già in ordine.

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